Handicap Valdarno

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Il fondatore

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Ecco le ragioni di una associazione rivolta a risolvere i problemi collegati all'handicap.

BARBARA un padre racconta: di Giuntini Giuseppe


Nel 1966, un anno ormai lontano nel tempo, ma vivo e presente nella mia memoria, nasceva mia figlia Barbara: un parto normale, una bella bambina, gioia e felicità, le congratulazioni degli amici e dei parenti, il ritorno a casa, pannolini, la culla, i vestitini, l'attenzione, la gioia e la meraviglia di ogni progresso nell'accrescimento. A nove o dieci mesi comincia a muovere i primi passi, balbetta mamma e papà.

Il primo serio malessere, forse una congestione, oscura il cielo azzurro della nostra felicità di genitori. Il ricovero in ospedale, visite accurate dei medici: "Non è niente di grave. State tranquilli ve la rimandiamo a casa presto". E così fu: il cielo tornava limpido, ma la nostra tranquillità ebbe breve vita!

A tredici mesi i primi segni della tragedia incombente: Barbara non parla, non comunica più, non riesce più ad afferrare le cose ed a tenerle in mano. Preoccupatissimi, io e mia moglie interpelliamo subito il medico di famiglia, che non riesce a capire che cosa sia accaduto, quali siano le cause di questa nuova situazione. Poi, con sempre maggiore apprensione, percorriamo tutte le strade che via via ci venivano suggerite: ospedali, cliniche private, specialisti. Finalmente, dopo una lunga serie di analisi e di accertamenti, all'Università di Siena si poté fare la tragica diagnosi: Barbara è affetta da tetraplegia convulsivante. Continuava la nostra "via crucis" alla ricerca di risposte terapeutiche, sempre sperando che la risposta successiva avrebbe potuto avviare a soluzione il problema che ci angosciava sempre più.

Speranze vane, la risposta risolutiva non è mai arrivata.

Allora nessuno parlava ancora di "handicap", nemmeno i medici: questi malati venivano definiti disgraziati, storpi, grulli e con altre terribili e impietose definizioni, sconvolgenti per chi viveva il problema dell'handicap all'interno della sua famiglia. L'ignoranza, l'indifferenza, quando con la repulsione, della gente costringeva il portatore di handicap ad una sorta di reclusione all'interno della famiglia. Non sapevamo come risolvere il problema di abbattere la barriera psicologica che costringeva al malato all'emarginazione e non sapevamo ancora trovare il coraggio, ma anche la dignità e l'orgoglio, di uscire, di mescolarsi tra la gente, consapevoli, e lo eravamo già, che anche i portatori di handicap, con le loro differenze di gravità del male, hanno tanto da darci.

Prima che la malattia di Barbara sconvolgesse e cambiasse la mia vita, vivevo nel normale egoismo, nella solita indifferenza verso i cittadini più deboli e meno difesi.

Barbara, anche se non può parlare, mi ha insegnato a capire, fin nel profondo del mio essere, come mi sarei dovuto comportare con gli altri. Barbara ha fatto nascere in me sentimenti che adesso mi danno una felicità che prima non avevo mai provato.

Credo che per capire questo non sia necessario avere un figlio handicappato. La corretta e puntuale informazione di che cos'è il problema dell'handicap, la dimostrazione che gli handicappati sono persone come tutti gli altri, i cosiddetti "normali" (che brutta parola!), capaci di emozioni e di sentimenti, capaci di dare oltreché ricevere.

Nel 1972 cominciammo con un comitato di genitori, capace di operare più incisivamente nelle realtà locali, che hanno problematiche diverse da quelle regionali o provinciali. Dieci anni dopo, nel 1983, si dette vita alla Associazione Valdarnese Genitori Ragazzi Handicappati e con essa iniziò, con maggior forza e spessore, il confronto delle famiglie per l'integrazione sociale dei portatori di handicap.

L'Associazione promuove e mantiene rapporti con le Istituzioni, le Aziende U.S.L., i Comuni, i Sindacati e i Cittadini, tutti al fine di rimuovere gli ostacoli concreti e psicologici che la società pone.